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QUATTRO DANZE COLONIALI VISTE DA VICINO
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produzione mk e Armunia Festival Costa degli Etruschi
con Philippe Barbut, Biagio Caravano e Laura Scarpini
musica Lorenzo Bianchi
coreografia Michele Di Stefano
organizzazione e distribuzione: Anna Damiani/PAV

Fuori dal tragitto esotico che le contiene (lo spettacolo Il giro del mondo in 80 giorni), queste danze possono installarsi precariamente nell'Ovunque, perchè il loro oggetto è la negoziazione, l'evoluzione precaria di una condizione locale verso territori non ancora assegnati; l'emergere della realtà del movimento come lavorio costante di traduzione di sé nel circostante.
Così si decide di danzare per valutare ogni anfratto.

Lo spazio è misurato e attraversato da indagini coreografiche in bilico tra paesaggio puro, questioni legate al trasporto e ricostruzione tormentata dell'esotico. La valutazione della distanza, con tutte le implicazioni del caso, è il denominatore comune dei diversi approcci al movimento e alla rappresentazione.

Con questo lavoro mk continua a sperimentare una forma-tragitto di rappresentazione, permeabile al cambiamento costante, in una dimensione coreografica pura.


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Le danze coloniali, così come il progetto su Il giro del mondo in 80 giorni dal quale prendono le mosse, vogliono operare nella costruzione di uno spazio reale dove mettere in potenza, il più possibile, episodi di indagine sull'incontro e la distanza tra i corpi, partendo dall'assunto che ciò che è distante è "sempre vicino a qualcos'altro". nell'esercizio di una retorica coloniale abbiamo trovato un territorio di scavo sufficientemente ambiguo e problematico da permetterci di esercitare la negoziazione delle differenze in un corpo unico, costituito da progettualità contrastanti. in questo vedo anche l'attrazione verso forme "creolizzate" di percorso, luoghi dello scambio dove l'attenzione non è più centrata sull'origine ma sulla destinazione, con diverse conseguenze, la più significativa delle quali mi pare essere la fuga dal design coreografico in funzione di tragitti instabili di emersione del corpo, come se appunto la presenza fosse una faccenda di continua reinstallazione nel precario, sempre condizionato da ciò che è accanto o di fronte. La realtà può essere affittata per fare un ulteriore passo avanti nell'incerto.
Michele Di Stefano

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