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una produzione La Biennale di Venezia, Mk ed Esc electro-acoustic synthesis crew
in collaborazione con CanGo Cantieri Goldonetta Firenze e Xing.

con Philippe Barbut, Biagio Caravano, Laura Scarpini
ESC: Lorenzo Bianchi, Michele Tadini
luci: Vincenzo Dente
collaborazione scientifica: Stefano Osnaghi
coreografia: Michele Di Stefano

durata 45'

 

TOURISM è stato commissionato dalla BiennaleDanza di Venezia per l'edizione 2006 del festival, incentrata su argomenti neuroscientifici e su domande relative ai rapporti tra corpo-anima-mente-cervello.
Il contributo di MK a queste ricerche si riferisce alla danza come azione di apprendimento e conoscenza, piuttosto che sequenza di segni da registrare.
I corpi costruiscono spazi di relazione tra di loro, concentrandosi su tentativi di condivisione delle scelte di movimento, secondo il principio dell'aggancio di fase, il fenomeno per il quale amanti, bambini con malfunzioni respiratorie, grilli, cicli mestruali e neuroni tendono tutti a sincronizzare le proprie frequenze in circostanze particolari. Il fatto stesso di avere sempre qualcosa da scambiare, di dover costantemente fare riferimento a ciò che è fuori da sé (anche semplicemente come orientamento interno) rende un corpo differente, lo illumina di un'attività pura che ha molti tratti in comune con il gesto atletico sportivo ed una strana assonanza con l'identità del turista contemporaneo. Durante il lavoro preparatorio dello spettacolo, mentre i corpi cercavano incessantemente di uscire dai propri schemi di movimento per rendersi disponibili all'incontro con gli altri, è emersa infatti l'immagine del turista come agente di un percorso di conoscenza socialmente assistita e protetta. A ben veder si tratta di un'attività assai predeterminata e condizionata dalla nostra organizzazione sociale e territoriale, immessa com'è in un sistema di mappe e percorsi dai quali è sempre più difficile uscire, per cui troppo spesso ci muoviamo per vedere ciò che conosciamo già ed in questo riconoscere ricaviamo il nostro piacere.
Analogamente, le mappe della nostra reattività corporea rispondono perlopiù a schemi preconfezionati, condizionati sì dall'efficienza ma anche dalla convenzione.
Questi danzatori non si riconoscono tra loro ma si organizzano per conoscersi; per farlo, devono immergersi nel mistero della funzionalità di movimento e provare a ridisegnarne i confini di modo che la vicinanza dell'altro possa costituire motivo di continuo spaesamento.
A volte goffi, a volte concitati, spesso perplessi, non rimane loro che dedicarsi all'azione; o meglio, a quel momento fondamentale dell'azione che è la scelta del tempo di accesso al movimento.
La nostra scommessa è che un corpo così occupato – che non rimanda ad altro se non alla propria continua ridefinizione di intenti – possa agganciare lo spettatore, tenerlo sospeso in un altrove non ancora riconosciuto dalla cartografia.